Genitori in gabbia

Notizia di questi giorni, l’atto dell’Amministrazione Trump nei confronti dei migranti latinoamericani. Tenere i bambini sul suolo americano, temporaneamente rinchiusi in gabbie, separandoli dai propri genitori.

Ora, posto che quasi non riesco a commentare e a immaginare come si possa addivenire a una tale aberrazione, e mentre mi domando se le possibilità di intervento della comunità internazionale si debba limitare a una dissociazione morale da questo tipo di azioni, la mia solidarietà in questo momento va ovviamente a quei piccoli cuccioli d’uomo spaventati ma, e vi prego di scusarmi, va ancora di più ai loro genitori.

Se si fosse cercato di progettare una forma di tortura più atroce, una tortura da tempi moderni, mi viene da dire, ebbene credo che questa lo sia. Domenica sera ho lasciato Emma dai nonni e dagli zii, in un ambiente pieno d’amore e di cura, con le cuginette a giocare e divertirsi, in campagna. Ebbene, un atto così familiare, così tranquillo, così safe, mi provoca una malinconia e un senso di preoccupazione costante che non vi sto a dire: avrà mangiato, avrà dormito, sentirà nostalgia? Sarà serena?

Ora. Provate per un solo istante a mettervi nei panni di quelle mamme e di quei papà che i bambini se li sono visti portare via. Che non sanno esattamente dove siano e con chi, e che cosa eventualmente stiano subendo. Che hanno la certezza matematica di un figlio in lacrime che vuole mamma e papà perché ha paura, perché non capisce cosa stia accadendo. Provateci, se ci riuscite. Perché io non ci riesco veramente, per fortuna. Non ci riesco perché grazie al cielo non sono nella condizione di provare quella sensazione e, non provandola, va oltre le mie capacità di empatia. È qualcosa di troppo per me.

Forse è questo il punto. Non siamo più in grado di provare empatia per un altro essere umano. Non vuoi i migranti sul tuo territorio? Mi fai schifo abbastanza, perché non sei in grado di gestire flussi che sono sempre esistiti e con cui dovremo imparare a convivere. Ma separare un bambino dalla sua mamma o dal suo papà, da un lato e dall’altro di un confine questo no, questa non è politica. Questo è orrore.

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Emma, la Francia e Google Translate

Abbiamo trascorso il ponte del 1 maggio in Francia e più precisamente nella Loira, ospiti a casa di una coppia di cari amici. Tralascio tutte le note su luoghi ameni, cibo e vino, per soffermarmi su un episodio capitato la prima sera. Partecipiamo ad un aperitivo a casa di una famiglia con 3 bambini, ed Emma naturalmente non vede l’ora di giocare con loro ma è decisamente ostacolata e preoccupata per il fatto di non conoscere una parola di Francese.

La mia amica Francesca e io cerchiamo di rassicurarla e ci premuriamo di fare da trait d’union tra le bambine, invitandole a sperimentare nuovi modi per comunicare, con i gesti per esempio. Ci allontaniamo dalla cameretta speranzose ma aspettandoci di vedere una piccola processione di bimbe in difficoltà in arrivo dopo pochi minuti.

E invece no. Passa un’ora, ne passanodue e delle bimbe nemmeno l’ombra. Si palesano verso le 21 armate di borsetta annunciando: Andiamo a saltare sui tappeti elastici! 

Ci guardiamo, e incredule chiediamo come hanno fatto a mettersi d’accordo sul da farsi. Emerge uno smartphone, Google Translate ed Emma mi spiega: Mamma, lei mi scrive quello che mi vuole dire nella frase sopra in Francese e io lo leggo nella frase sotto in Italiano e le rispondo. È facilissimo!

Game, set, match.

Ora, sono certa che lì fuori sarà pieno di genitori pronti a dire che anche quando non c’erano gli smartphone tra bambini ci si capiva benissimo e si riusciva a giocare senza problemi. E lo so. Sono d’accordo. Sono certa che sarebbero riuscite a comunicare anche senza quello strumento, magari in modo meno efficace e soddisfacente ma ci sarebbero riuscite. Ma sapete che vi dico? A me è sembrato fantastico che abbiano usato la tecnologia in modo così intelligente a soli 6o 7 anni. E per una bambina come la mia, che dalla tecnologia è tenuta ben distante, vorrei fosse proprio questo l’approccio.

Qualcosa che utilizzo per decidere di andare a saltare sul trampolino con le amiche, poggiando lo smartphone a terra non appena ha smesso di essermi utile. Un oggetto da usare e dal quale non farsi usare. Ci proveremo.

Il web per i ragazzi – un quadro senza cornice

Da sempre ho la sensazione che non sia una buona idea concedere a dei bambini/ragazzini uno smartphone tutto loro, ma fino ad oggi attribuivo questa mia paura a ragioni di mera sicurezza: facile accesso a contenuti pornografici online, facile possibilità di adescamento per pedofili e affini, eccetera.
Ho sempre saputo, tuttavia, che in me aleggiava anche una sensazione diversa, sottesa alla mia ritrosia, ma non sapevo darle un nome preciso. Ci ha pensato Gregory Bateson con le sue cornici.

Per poter operare, la mente necessita di un inquadramento, di una cornice, che la informi su come devono essere intesi i messaggi, ad esempio se in senso letterale o metaforico, reale o fantastico, veritiero o simulato, ecc. Questo inquadramento è fornito dai messaggi metacomunicativi.

Ecco, nel web, e nei social in particolare, questa cornice non esiste. Non si capisce cosa siano le cose, perché non esiste confine tra l’una e l’altra. Non c’è discontinuità tra una fake news e una notizia seria, non c’è divisione tra opinioni e fatti, non c’è segmentazione tra argomenti. Non ci sono frame, appunto. Ma la comunicazione e il flusso di informazioni si distendono lungo un continuum che il bambino/ragazzino non è in grado di distinguere, di sezionare, di collocare.

Quando il bambino è in classe, per esempio, gli è molto chiaro che quel luogo e quel tempo sono diversi dai luoghi e dal tempo che vive a casa. Gli è molto chiaro quale tipo di comportamento è opportuno tenere in quel frangente, all’interno di quella cornice. Quando è con mamma e papà il bambino, opportunamente guidato, è in grado di distinguere il tempo del gioco da quello dello studio, da quello in cui si guardano i cartoni animati o i programmi che mamma e papà consentono di vedere.

Ma quando si trova all’interno del web, o all’interno di un social network, chi lo aiuta a distinguere spazi e tempi? Il video di un attentato accaduto, poniamo, due anni fa, a Londra, potrebbe capitare sotto gli occhi di nostro figlio oggi. Siamo sicuri che sia in grado di comprendere che quell’avvenimento è già passato, e si è svolto lontano da lui?
Siamo certi che per lui il concetto di distanza spazio temporale sia così semplice da afferrare? E come questo esempio ce ne potrebbero essere molti altri.

Questo flusso provoca nella mente del bambino confusione, distrazione, disorientamento e anche angoscia. Il bambino, privo di quel sostegno necessario per la sua giovane mente che lo aiuta a discernere, a sviluppare un solido spirito critico, a comprendere dove finisca la burla e dove inizi l’informazione si trova sperso in questo mare magnum di opportunità, con la sensazione perenne di non riuscire a coglierle fino in fondo.
Ed ecco fiorire sui quotidiani storie di nuove patologie che colpiscono, guarda caso, gli adolescenti: senso di solitudine estrema, bisogno di isolamento, disturbi della psiche, aumento dei disturbi alimentari e chi più ne ha più ne metta.

Soli, sebbene connessi.

Rompere questo muro di solitudine, però spetta a noi genitori. Sarebbe bene resistere, sarebbe opportuno, prima di regalare uno smartphone ai nostri figli, intraprendere un percorso di formazione e di utilizzo da fare insieme, per accompagnarli in questo percorso. Non importa quanto possa essere dura, non importa quanto penseranno di odiarci. Ci sono NO troppo importanti, ai quali non possiamo abdicare in nome del “così fan tutti”.

Essere nativi digitali significa solo saperlo usare bene uno smartphone, ma non significa affatto essere pronti a digerirne il contenuto.

GG Sound Fest Milano – un’esperienza da ripetere

Ieri, nella sempre meravigliosa cornice del Museo della Scienza e della Tecnologia a Milano, si è svolto il GG Sound Fest, un evento dedicato ai bambini e alle famiglie e organizzato dalla rivista Giovani Genitori.
Invitati (grazie!) dalla rivista siamo arrivati all’ingresso verso le 10:30 del mattino, convinti di fermarci giusto un paio di ore e poi rientrare a casa. Invece no.
Ci accoglie subito un divertente clown del Circo Wow che ci da una ripulita con un piumino morbido morbido dicendoci che si entra “solo ben puliti”. Ritirati gli accrediti all’ingresso prenotiamo qualche laboratorio tra quelli perfettamente spiegati nell’elenco consegnato al desk e, con Emma emozionata ed eccitata, facciamo il nostro ingresso.
Prima esperienza, la Balloon Room. Scary. Troppo divertente. Una stanza buia buia dove si entra genitore/figlio ed è zeppa di palloncini colorati. Obiettivo? Trovare il palloncino nero! E allora via, armate di iPhone da usare come torcia mentre balliamo per mano, lei un po’ divertita un po’ spaventata che dice “Mamma mamma dove sei!” all’inizio, poi si ambienta e lo spirito di competizione prevale, vuole trovare il palloncino nero e balla balla spinge scansa i palloncini, un po’ di qua un po’ di là. E ride. Ride un sacco. E io mi sento la persona più felice del mondo lì, in quella stanza buia piena di palloncini ad ascoltare il suono della sua risata, la musica più melodiosa che io conosca.

Ma tutte le cose belle finiscono e, senza aver trovato il palloncino nero (e quindi senza l’ambitissimo premio olio emolliente detergente) andiamo girovagando per il Museo, già un’avventura di per sè con tutti quei corridoi e quelle bellissime sale. Incontriamo un personaggio strano, dice di chiamarsi Antoine de Saint-Exupéry e sostiene di aver scritto una bellissima favola, chiamata il Piccolo Principe. Mah. Certo è buffo, ed Emma continua a sorridere.

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Lo seguiamo per un po’ e arriviamo al chiostro del museo, bellissimo, un luogo incantevole dove, guarda un po’, ci troviamo faccia a faccia con uno dei giochi che adoriamo: i Lego! In questo caso si tratta di un laboratorio organizzato da Brics4kidz, e in men che non si dica abbiamo costruito un elicottero con l’elica che gira. Entusiasmo alle stelle.

Si sa, l’appetito vien mangiando e allora via, con la mappa in mano (che già solo questo come gioco non è niente male se ci pensi) alla ricerca della prossima esperienza, che promette meraviglie. Si chiama Celestial Sounds e si svolge nel giardino del Museo, sotto un bel gazebo dove troviamo ad attenderci insieme ad altri bimbi, mamme e papà, due simpatici ragazzi con dei buffi strumenti. Pare si chiamino handpan, gli strumenti non i ragazzi, loro si chiamano Almas Calientes e sono veramente bravi. Abbiamo suonato tutti insieme, con le mani, con i piedi. Cantato e poi, ogni bimbo ha avuto l’opportunità di provare a suonare quella specie di disco volante capace di restituire un suono che sembra venire davvero direttamente dalle nuvole. Un’esperienza bellissima, dolce e divertente.

 

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Pausa pappa e poi via di nuovo, alla ricerca di qualcosa di speciale da fare (ma qui a dire il vero è tutto molto speciale quindi c’è solo da farsi trascinare dalla musica, come nella fiaba del Pifferaio magico. Passati accanto a un enorme sottomarino e superato un gigantesco vascello pirata ci ritroviamo dentro una barca di legno, dove un simpatico marinaio afferma di saper suonare le sardine, i delfini e anche i polipi ma che, per farlo, gli serve l’orchestra sottomarina di Microcosmo. Detto, fatto. Uno strumento ciascuno e che il concerto abbia inizio. Divertente, entusiasmante, corale. Tanti bambini che nemmeno si conoscono ma che in due minuti, con uno xilofono e due maracas, messi insieme dal suono del tamburo, ci fracassano le orecchie di un rumore che, però, sembra musica.

Bene, i pesci li abbiamo suonati e siamo sempre più felici. Ora che si fa? Ci vuole un po’ di relax e allora via di violoncello. Ma qui niente è come sembra e la violoncellista che incontriamo è quanto di più distante dalla classica musicista di violoncello per come ci è stata raccontata. Giovane, bellissima, suona una musica che con il violoncello sembra centrare poco e invece, guarda un po’, c’entra eccome. Lei è Bea Zanin e ha un sacco di strumenti divertenti oltre al violoncello: un soundpad, un computer e uno strano pedale che riproduce suoni e voci all’infinito. Molto divertente da scoprire, per qualunque bambino. Ci ha fatto anche ballare, perché lei non suona romanze, il suo è un violoncello elektro-rock. Favolosa.

Insomma, dopo tutto questo e molto altro ancora che non sto a raccontarvi perché ci vorrebbero due giorni, Emma era letteralmente cotta. Sopraffatta dalle esperienze fatte, dai bimbi conosciuti, da questo tempo prezioso e pregiato trascorso con mamma e papà a fare cose speciali, si è addormentata in macchina alle 16:45 per svegliarsi felice e riposata alle 19:30.

Ed, anche per questo, mamma e papà ringraziano.

 

Una tranquilla domenica allo Smaland

Anche nelle famiglie più anticonformiste e radical chic capita, un paio di volte l’anno, il giro all’Ikea.
Complice magari una domenica di pioggia (mai andare all’Ikea in una di quelle domeniche, perché almeno un altro milione di persone avrà avuto la tua stessa brillante idea) ti metti in macchina e, se hai dei figli, c’è un’unica parolina magica che placherà ogni loro capriccio, li trasformerà in improbabili angioletti e tuoi fedeli complici fino all’orario prestabilito: “Se fai la brava, ti porto allo Smaland“.

Che poi, pare facile. Arrivi, parcheggi nell’unico buco libero tra altri 2000 buchi occupati e trovalo tu, quell’unico buco libero, e ti dirigi allegra e baldanzosa con la tua pargoletta per mano come se nulla fosse verso l’entrata. Lì. il contatore dei numeretti ti riporta alla realtà con un sonoro ceffone: segna il numero 74 e tu hai il 135.
Vorresti poter dire “Guarda Amore mio, c’è talmente tanta fila che la mamma dovrà rifare la tinta ai capelli almeno 3 volte per coprire la ricrescita prima che riusciamo a entrare“. Ma sai che non funzionerà. Hai promesso. Lei ha fatto la brava. E una promessa è un promessa.

E quindi ti siedi buona buona sulla panchina e, di fronte a quella che ti sembra solo una provvidenziale macchinettà del caffè ti rendi conto che, in effetti, trattasi di un distributore di calzini antiscivolo. Quelli che tu, come ogni volta, hai dimenticato a casa. Ma niente panico, con soli 2Euro siori e siore la tua bambina ritrova il sorriso smarrito e anzi, riesce a occupare buona parte del tempo che vi separa dall’ingresso nel dramma dell’indecisione: quale colore sarà più appropriato per questo evento mondano senza precedenti? Rosa cipria a righe grigie oppure giallo canarino a righe bordeaux? La lasci fare e…dopo circa 10 minuti…eccola trionfante con un calzino arancione e azzurro che è un pugno in un occhio. Ma siamo all’86.

Beh, dai, non è che manchi poi molto suvvia, sono velocissimi cerchi di ripeterti come un mantra mentre gli anni migliori della tua vita e alcuni centimetri di girovita ti scivolano via tra una cinnamon roll e una spremuta che probabilmente ricorderai per una settimana tra dolori lancinanti per quanto è acida.
Ma intanto lei, bellissima e sorridente, fa colazione con un donuts al cioccolato e un succo all’albicocca. E siamo già al 99. Dai che svoltiamo e poi è un attimo.

Intorno a te orde di mamme/papà in abbigliamento improbabile berciano e urlano in tutte le lingue conosciute ad eccezione dell’esperanto e, tendenzialmente, sfogano la frustrazione di avere fatto questa sonora cazzata litigando tra loro o trattando malissimo i loro eccitatissimi bambini che, nel frattempo, si arrampicano praticamente ovunque pareti incluse avendo improvvisamente conquistato poteri che Spiderman levati. Ma se non li volevi portare allo Smaland, perché glielo hai promesso? Già, perché? 114.

Evvai, solo 20 numeri prima di noi. Cominciamo a organizzarci e decidiamo di optare per un evergreen: la pipì. Il tempo di una negoziazione stile USA/Russia sul mi scappa/nonmiscappa/guardafacciamolacheèmeglio/okmachepalle e siamo già al 122. Fila al bagno, pipì, lavaggio mani con doccia annessa perché “Mamma, tranquilla faccio io” e siamo di nuovo fuori: 133.

Presto che è tardi: compiliamo di corsa il modulo stile FBI (bravi!) necessario per parcheggiare la creatura nel tempo in cui dovrai effettuare i tuoi indispensabili acquisti ed ecco qui. Finalmente libera. Già. Ma che cosa dovevi comprare? Niente. Beh, ormai sei lì e non puoi certo rinunciare così a cuor leggero al tempo in solitudine che ti sei conquistata. Pensa pensa pensa, direbbe Winnie. Ah, ecco! Quei bei tovaglioli bianchi grandi che sono mille volte meglio di quelli del supermercato. E munita di borsa gialla ti dirigi decisa. Dopo aver girato tutta l’esposizione mobili in rigorosa fila indiana odiando chiunque ti segua o ti preceda, dopo essere scesa al mercato e aver percorso ogni metro cucina, bagno, luci, cornici e candele, casa ordine (casa ordine???? vieni a csa mia Signor Ikea!) e fino a piante e accessori da giardino arrivi alla cassa, con i tuoi 4 pacchi di tovaglioli da 1,99€ cad. e senti che sì, ne valeva davvero la pena.

Bambini e social media

In questi giorni grazie a comuni amici che mi hanno parlato di un evento splendido, cui parteciperò sicuramente, Parole Ostili a Trieste il 17-18 febbraio prossimi, mi sono soffermata a riflettere ancora più attentamente di quanto già non faccia di solito sull’uso del linguaggio che facciamo sul web.
E linguaggio, oggi più che mai, non sono solamente le parole. Le immagini, i video, sono linguaggio, sono la scelta di raccontare una parte della propria vita in un modo fortemente coinvolgente, a volte emozionante addirittura. E così il pensiero è andato subito alle immagini dei nostri figli sui social network.
Come oramai i miei amici sanno, tendo a non pubblicare immagini di Emma su Facebook o altrove. Le pochissime volte in cui accade non la si vede mai in volto ma la sua presenza serve più a valorizzare un momento che a narrare della sua persona. Ed è una scelta non sempre facile. Mi piacerebbe poter mostrare al mondo il mio capolavoro, quella che ritengo la mia gioia più preziosa. Mi piacerebbe condividere la sua bellezza sconfinata, sarebbe gratificante vedere tutti quei like e quei cuoricini che, lo so per certo, riempirebbero la mia bacheca.
E allora perché no? Non tanto e non solo per le ovvie implicazioni legate alla fin troppo diffusa pratica della pedopornografia online, o perché la sola idea che l’immagine innocente della mia bambina possa alimentare discussioni orribili in gruppi chiusi di Facebook dove si consumano le peggiori scorribande dei leoni da tastiera (solo luridi topi nel mondo reale).
Scelgo di non farlo perché non sono proprietaria della sua identità, non sono io a dover decidere quale sia lo storytelling della sua immagine pubblica. Non sono io a dover stabilire in che modo descriverla. Lo farei comunque secondo il mio punto di vista, non per quello che lei pensa di essere, non nel modo in cui lo farebbe lei stessa. Magari in un modo che lei, da grande, potrebbe detestare.
E allora preferisco rinunciare, aspettando il giorno, mi auguro più in là possibile, in cui dovesse essere lei a scegliere di avere una presenza digitale. Quel giorno, magari, proverò a spiegarle che quello che si mette in rete resta. Per sempre. E che quindi va maneggiato con cura. Proprio come un figlio.