Emma, la Francia e Google Translate

Abbiamo trascorso il ponte del 1 maggio in Francia e più precisamente nella Loira, ospiti a casa di una coppia di cari amici. Tralascio tutte le note su luoghi ameni, cibo e vino, per soffermarmi su un episodio capitato la prima sera. Partecipiamo ad un aperitivo a casa di una famiglia con 3 bambini, ed Emma naturalmente non vede l’ora di giocare con loro ma è decisamente ostacolata e preoccupata per il fatto di non conoscere una parola di Francese.

La mia amica Francesca e io cerchiamo di rassicurarla e ci premuriamo di fare da trait d’union tra le bambine, invitandole a sperimentare nuovi modi per comunicare, con i gesti per esempio. Ci allontaniamo dalla cameretta speranzose ma aspettandoci di vedere una piccola processione di bimbe in difficoltà in arrivo dopo pochi minuti.

E invece no. Passa un’ora, ne passanodue e delle bimbe nemmeno l’ombra. Si palesano verso le 21 armate di borsetta annunciando: Andiamo a saltare sui tappeti elastici! 

Ci guardiamo, e incredule chiediamo come hanno fatto a mettersi d’accordo sul da farsi. Emerge uno smartphone, Google Translate ed Emma mi spiega: Mamma, lei mi scrive quello che mi vuole dire nella frase sopra in Francese e io lo leggo nella frase sotto in Italiano e le rispondo. È facilissimo!

Game, set, match.

Ora, sono certa che lì fuori sarà pieno di genitori pronti a dire che anche quando non c’erano gli smartphone tra bambini ci si capiva benissimo e si riusciva a giocare senza problemi. E lo so. Sono d’accordo. Sono certa che sarebbero riuscite a comunicare anche senza quello strumento, magari in modo meno efficace e soddisfacente ma ci sarebbero riuscite. Ma sapete che vi dico? A me è sembrato fantastico che abbiano usato la tecnologia in modo così intelligente a soli 6o 7 anni. E per una bambina come la mia, che dalla tecnologia è tenuta ben distante, vorrei fosse proprio questo l’approccio.

Qualcosa che utilizzo per decidere di andare a saltare sul trampolino con le amiche, poggiando lo smartphone a terra non appena ha smesso di essermi utile. Un oggetto da usare e dal quale non farsi usare. Ci proveremo.

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Le relazioni contano

Che scoperta, dirai. E infatti non lo è, ma è qualcosa che tendiamo a dimenticare con grande facilità, presi nel susseguirsi di cose da fare, obiettivi da raggiungere, problemi da risolvere.
Ma proprio questi tre aspetti, che più o meno riassumono e contengono tutto ciò che facciamo nel 100% del tempo che non passiamo dormendo, traggono notevole giovamento e vengono ampiamente facilitati se siamo stati in grado, nel tempo, di costruire intorno a noi una rete solida di relazioni di varia natura, personale e professionale.

Non mi riferisco, intendiamoci, a relazioni di comodo. Quelle nate sulla scorta di una necessità temporanea che si è esaurita e non vengono alimentate e coltivate successivamente. Queste non possono e non devono essere considerate tra le relazioni da registrare nella nostra rubrica del telefono.

Mi riferisco, invece, a relazioni che, nate per qualsivoglia motivo, abbiamo scelto di proteggere e coltivare, di alimentarle, di annaffiarle con qualche chiacchierata davanti a un caffè, con una telefonata priva di scopo solo per chiedere un come stai? Con un invito a cena per il puro piacere di una buona conversazione.

Ho la fortuna di averne diverse, di relazioni così, e ognuna di esse, in un modo o nell’altro, contribuisce a rendere più semplice (o meno complicata) e più piacevole la mia vita, nelle tre aree di cui parlavo all’inizio:

  1. FARE COSE
    Qualunque cosa sia, dalla gita fuori porta alla corsa al parco per smaltire i chili di troppo, meglio condividere. Nel caso del tempo libero, stare in buona compagnia migliora il nostro umore e la nostra autostima, e ci fa vivere più intensamente il momento.
    Nel lavoro beh, a meno che tu non sia un artista (e anche in quel caso penso valga lo stesso) avere intorno un buon team con cui confrontarti, con cui condividere oneri e onori abbasserà il livello di stress e migliorerà l’output del tuo lavoro.
  2. OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE
    La montagna è da sempre una mia grande passione e quando penso a un obiettivo penso a una scalata. Andare in montagna da soli può essere molto pericoloso, si sa, meglio farsi accompagnare da qualcuno mosso dalla tua stessa passione. Che si tratti di conquistare una cima, un nuovo budget per la tua impresa o il jeans perfetto per te, avere al tuo fianco qualcuno in grado di motivarti, sostenerti e consolarti (nel caso dei jeans le probabilità di lacrime sono altissime) fa una enorme differenza.
  3. PROBLEMI DA RISOLVERE
    Una sciocchezza o una cosa seria, un problema è un problema, specie quando lo vivi come tale. Per me in quei momenti è di grande conforto pormi le mitiche tre domande: di cosa ho bisogno? Posso procuramelo da sola? Se no, chi mi può aiutare e come?
    Per mia fortuna ho amici e conoscenti molto più in gamba di me e ne approfitto spesso, per un buon consiglio o per un aiuto. E sai una cosa? È fantastico, perché spesso sono quasi più felici loro di potermi dare una mano, che io di aver risolto il mio problema.

Insomma, quale che sia il motivo, le buone relazioni contano. Ma non sono gratis.
Del come faccio a coltivarle e a gestirle, mentre faccio la mamma e provo a fare l’imprenditrice, parleremo tra qualche giorno.

Imposta o proposta – la dieta vegan a Torino

Leggo in questi giorni una notizia che mi lascia perplessa. La Sindaca Appendino, a Torino, vara il menu vegan un giorno al mese, nelle scuole elementari della città. Unica concessione, si legge, il parmigiano sulla pasta.
Ora, questa cosa mi fa impazzire. Sì, lo so, sarà il caldo, l’età che avanza o il fatto che sono onnivora sebbene mangi vegan più spesso di quanto mi prefigga di farlo.
Ma mi domando:

  1. Per quale motivo dobbiamo imporre una scelta alimentare a scuola, quando questo genere di scelte si compiono in famiglia e devono essere il frutto di una assunzione di consapevolezza e responsabilità da parte dei genitori? Non sarebbe più saggio e più opportuno dare a papà e mamma la possibilità di scegliere di aderire a una dieta Vegan anche un giorno a settimana e non soltanto uno al mese? O anche tutti i giorni se uno lo desidera? Ma che sia una scelta libera e non una fastidiosa imposizione?
  2. Se imponi un giorno vegan, dal momento che si tratta di un giorno al mese e che nessun bambino morirà se non mangia il parmigiano sulla pasta, perché lo devi inserire, così di vegan questo pasto non ha nulla, trasformandosi in un “banale” pranzo vegetariano?
  3. A Milano, solo l’anno scorso, per 13mila bambini quello scolastico era il solo pasto della giornata. Non penso che sia cambiato molto, purtroppo e non penso che a Torino la situazione sia tanto più rosea. Siamo sicuri che imporre scelte alimentari di questo questa sia la scelta giusta, la più necessaria?

Insomma, ho la sensazione di essere circondata da grandi saggi che sono lì con il ditino puntato a dirmi come devo / posso vivere e come è giusto e sano (secondo loro) che io faccia crescere mia figlia. Francamente mi sono anche un po’ rotta. Si fa un gran parlare della necessità di rispettare le diversità e chi mi conosce sa che su questo punto non solo sono sempre stata e sono in prima linea, ma per me nemmeno si tratta di rispetto, si tratta di conoscenza e comprensione, che sono l’anticamera del suddetto.
Mi aspetto, tuttavia, che questa conoscenza e comprensione ci siano anche dall’altra parte. Mi aspetto che nessuno mi rompa le scatole o mi giudichi se mia figlia mangia un panino col salame o se scelgo di farle mangiare pasta e ceci come avviene più che spesso per un fatto di salute e di gusto personale.

Sono consapevole di cosa significhi consumare troppe proteine animali, sia sul piano della salute dell’organismo sia sul piano della sostenibilità ambientale e ho anche i miei pensieri su come dovrebbe essere gestita la vita dell’animale destinato a diventare cibo per noi esseri umani. Ma per cortesia, anche basta. Io non mi metto certo a imporre il panino con il salame a chi è vegetariano o vegano, siete pregati di fare lo stesso.

Uno che ci insegnava come vivere lo abbiamo già avuto, più di 2000 anni fa. Diceva un sacco di cose che condivido, ma non è finito bene. Grazie.

🙂

Non sai cosa fare? Fai una lista

Faccio liste per tutto. Per casa, per lavoro, per diletto. Liste su liste. A volte mi chiedo se non sia una perdita di tempo fare tutte queste liste. Ma mi accorgo che, quando non le faccio, è davvero il momento in cui il tempo lo perdo, o meglio lo spreco. Fare liste, mettere nero su bianco le priorità e soprattutto gli obiettivi che voglio raggiungere, mi aiuta moltissimo a mantenere il focus e a non tergiversare. A non impigrirmi, anche.

Personalmente faccio ancora le liste sulle mie innumerevoli Moleskine, una per ogni ambito della vita. Non riesco a farne a meno e anche se so che suona un po’ demodé, scrivere a penna sulla carta mi aiuta a pensare meglio, a prendermi il tempo per soffermarmi sulle parole prima di scolpirle in modo irrimediabile. Molto più difficile che affidarsi a un editor di testo che ti consente di scrivere/cancellare in un flusso di coscienza che, spesso, confonde anziché chiarire.

Il mio suggerimento è di avere 3 liste di base:

  1. La lista Lavoro: cose da fare giornalmente/settimanalmente. Obiettivi da raggiungere. Azioni da compiere per raggiungerli. In questo senso è necessario evitare di essere vaghi, cerco sempre di definire bene che cosa voglio fare e che cosa ne voglio ottenere. Per esempio fare 10 telefonate o mandare 10 mail per ottenere 2 nuovi appuntamenti. O cose simili. È importante, perché a fine giornata, se non avrai fatto le tue 10 azioni per ottenere il tuo obiettivo saprai perché non lo hai raggiunto. Se invece le hai fatte e l’obiettivo non lo hai raggiunto ugualmente, saprai che domani dovrai probabilmente aggiustare qualcosa nella tua strategia. Utile in ambedue i casi, no?
  2. La lista Casa: per chi come me è tendenzialmente disordinata avere una lista aiuta a gestire le cose da fare in casa che, non si sa come mai, sono sempre tantissime, senza perdere di vista il benessere generale della famiglia. Certo, ho una persona che mi aiuta con le faccende domestiche altrimenti non ne uscirei viva e anche perché detesto occuparmene. Lavoro tutto il giorno e il poco tempo libero che ho proferisco dedicarlo alla famiglia. Ma, comunque, ci sono sempre mille cose che si possono e devono fare per gestire al meglio le esigenze di tutti i componenti del nucleo familiare. Quindi lista della spesa, lista delle cose da riparare/sostituire, lista delle cose da acquistare, lista decluttering (qui un bell’articolo della mia amica Raffaella di BabyGreen). E così via per tutto quello che vi serve.
  3. La lista Vita: lo so, può sembrare inutile e in effetti forse lo è, ma è così bello scrivere le mostre che voglio vedere, i luoghi che voglio visitare, le cose che voglio fare con mia figlia e con la mia famiglia. I vestiti che voglio acquistare (God Bless Instagram – qui una delle mie fonti di ispirazione preferite) o i libri che voglio leggere. Perché arriva sempre il momento in cui sei in libreria, di fronte a quel mare di opportunità, e rischi sempre di ritrovarti con il libro che proprio non volevi.

Insomma, se cercate un modo per mettere ordine e guardare meglio a quello che state facendo il mio suggerimento è, senza dubbio, quello di cominciare a fare una lista. A proposito, inizierò a fare la lista delle cose da mettere in valigia per le vacanze!

GG Sound Fest Milano – un’esperienza da ripetere

Ieri, nella sempre meravigliosa cornice del Museo della Scienza e della Tecnologia a Milano, si è svolto il GG Sound Fest, un evento dedicato ai bambini e alle famiglie e organizzato dalla rivista Giovani Genitori.
Invitati (grazie!) dalla rivista siamo arrivati all’ingresso verso le 10:30 del mattino, convinti di fermarci giusto un paio di ore e poi rientrare a casa. Invece no.
Ci accoglie subito un divertente clown del Circo Wow che ci da una ripulita con un piumino morbido morbido dicendoci che si entra “solo ben puliti”. Ritirati gli accrediti all’ingresso prenotiamo qualche laboratorio tra quelli perfettamente spiegati nell’elenco consegnato al desk e, con Emma emozionata ed eccitata, facciamo il nostro ingresso.
Prima esperienza, la Balloon Room. Scary. Troppo divertente. Una stanza buia buia dove si entra genitore/figlio ed è zeppa di palloncini colorati. Obiettivo? Trovare il palloncino nero! E allora via, armate di iPhone da usare come torcia mentre balliamo per mano, lei un po’ divertita un po’ spaventata che dice “Mamma mamma dove sei!” all’inizio, poi si ambienta e lo spirito di competizione prevale, vuole trovare il palloncino nero e balla balla spinge scansa i palloncini, un po’ di qua un po’ di là. E ride. Ride un sacco. E io mi sento la persona più felice del mondo lì, in quella stanza buia piena di palloncini ad ascoltare il suono della sua risata, la musica più melodiosa che io conosca.

Ma tutte le cose belle finiscono e, senza aver trovato il palloncino nero (e quindi senza l’ambitissimo premio olio emolliente detergente) andiamo girovagando per il Museo, già un’avventura di per sè con tutti quei corridoi e quelle bellissime sale. Incontriamo un personaggio strano, dice di chiamarsi Antoine de Saint-Exupéry e sostiene di aver scritto una bellissima favola, chiamata il Piccolo Principe. Mah. Certo è buffo, ed Emma continua a sorridere.

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Lo seguiamo per un po’ e arriviamo al chiostro del museo, bellissimo, un luogo incantevole dove, guarda un po’, ci troviamo faccia a faccia con uno dei giochi che adoriamo: i Lego! In questo caso si tratta di un laboratorio organizzato da Brics4kidz, e in men che non si dica abbiamo costruito un elicottero con l’elica che gira. Entusiasmo alle stelle.

Si sa, l’appetito vien mangiando e allora via, con la mappa in mano (che già solo questo come gioco non è niente male se ci pensi) alla ricerca della prossima esperienza, che promette meraviglie. Si chiama Celestial Sounds e si svolge nel giardino del Museo, sotto un bel gazebo dove troviamo ad attenderci insieme ad altri bimbi, mamme e papà, due simpatici ragazzi con dei buffi strumenti. Pare si chiamino handpan, gli strumenti non i ragazzi, loro si chiamano Almas Calientes e sono veramente bravi. Abbiamo suonato tutti insieme, con le mani, con i piedi. Cantato e poi, ogni bimbo ha avuto l’opportunità di provare a suonare quella specie di disco volante capace di restituire un suono che sembra venire davvero direttamente dalle nuvole. Un’esperienza bellissima, dolce e divertente.

 

handpan-1handpan

Pausa pappa e poi via di nuovo, alla ricerca di qualcosa di speciale da fare (ma qui a dire il vero è tutto molto speciale quindi c’è solo da farsi trascinare dalla musica, come nella fiaba del Pifferaio magico. Passati accanto a un enorme sottomarino e superato un gigantesco vascello pirata ci ritroviamo dentro una barca di legno, dove un simpatico marinaio afferma di saper suonare le sardine, i delfini e anche i polipi ma che, per farlo, gli serve l’orchestra sottomarina di Microcosmo. Detto, fatto. Uno strumento ciascuno e che il concerto abbia inizio. Divertente, entusiasmante, corale. Tanti bambini che nemmeno si conoscono ma che in due minuti, con uno xilofono e due maracas, messi insieme dal suono del tamburo, ci fracassano le orecchie di un rumore che, però, sembra musica.

Bene, i pesci li abbiamo suonati e siamo sempre più felici. Ora che si fa? Ci vuole un po’ di relax e allora via di violoncello. Ma qui niente è come sembra e la violoncellista che incontriamo è quanto di più distante dalla classica musicista di violoncello per come ci è stata raccontata. Giovane, bellissima, suona una musica che con il violoncello sembra centrare poco e invece, guarda un po’, c’entra eccome. Lei è Bea Zanin e ha un sacco di strumenti divertenti oltre al violoncello: un soundpad, un computer e uno strano pedale che riproduce suoni e voci all’infinito. Molto divertente da scoprire, per qualunque bambino. Ci ha fatto anche ballare, perché lei non suona romanze, il suo è un violoncello elektro-rock. Favolosa.

Insomma, dopo tutto questo e molto altro ancora che non sto a raccontarvi perché ci vorrebbero due giorni, Emma era letteralmente cotta. Sopraffatta dalle esperienze fatte, dai bimbi conosciuti, da questo tempo prezioso e pregiato trascorso con mamma e papà a fare cose speciali, si è addormentata in macchina alle 16:45 per svegliarsi felice e riposata alle 19:30.

Ed, anche per questo, mamma e papà ringraziano.

 

3 passeggeri che incontrerai almeno una volta nella vita

Sicuramente molti di voi, come me, frequentano spesso gli aeroporti o le stazioni, due luoghi che, a mio avviso, restituiscono lo specchio della popolazione assai meglio dell’ultimo censimento Istat. Oggi voglio parlarvi delle mie 3 tipologie di passeggero preferite:

  1. L’habituè

Arriva in aeroporto giusto qualche minuto prima della chiusura del gate, in genere indossa giacca-cravatta-scarpe stringate nel caso sia un lui, tacco-tailleur o (grazie) abitino bon ton nel caso si tratti di una lei.
Superati i controlli senza un battito di ciglia, magari parlando al cellulare per ogni singolo secondo consentito, ripone in modo automatico sul nastro e senza esitazioni computer, i-pad, i-phone, kindle e la fila di vaschette è lunga quasi quanto un Frecciarossa. Non sbaglia un passaggio e, oltrepassato il detector senza nemmeno muovere l’aria, recupera il soprabito che Humphrey levati. Ma si vede che non lo fa per sé, lo sta facendo per noi. È il suo personale e tonificante show. Applausi.

2. L’ansioso

Il mio preferito. Arriva in aeroporto con 3 ore di anticipo perché non si sa mai, ha già fatto il check-in perché magari trovo fila al desk e viaggia rigorosamente con bagaglio a mano anche se sta partendo per due settimane alle Seichelles. Imbarcare il bagaglio, pfui, e se poi si perde? 
Si trova generalmente già oltre i controlli di sicurezza quando si accorge che il volo ha 6 ore di ritardo e avrebbe avuto tutto il tempo di tornare a casa, preparare una bella parmigiana di melanzane e fare il pisolino del pomeriggio ma, ovviamente, non si era fermato a verificare i monitor all’ingresso perché meglio sbrigarsi a fare il check-in.
In ogni caso meglio così, perché non si sa mai, magari poi il ritardo sparisce (sì, magari). Inutile dire che, pur avendo il posto assegnato, si posiziona al gate in pole position circa un’ora prima del boarding, sacrificando sull’altare della sua ansia le vertebre L2-L3. Ti voglio bene.

3. L’entusiasta

Non viaggia spesso. Sovente si muove in branco, specialmente quello familiare e diciamocelo, nel 99% dei casi è femmina. Si entusiasma come una bambina davanti a qualsiasi cosa, persino la restroom mamma-bimbo con il water piccolo accanto al water grande (che tra parentesi è veramente una figata quando hai bambini piccoli). Ma, soprattutto, acquista. Dio ti benedica, entusiasta, tu sì che fai girare l’economia. Qualunque cosa. Improvvisamente si apre nel suo stomaco una voragine di fame e sete irrefrenabile, oltre a una serie di bisogni ineluttabili che spaziano dalle mutande di Vitoria’s Secret (non oso immaginare l’effetto finale) fino al powerbank ultimo modello per uno smartphone che non sa usare.

Ce ne sono molti altri, di questi tipi umani, in aeroporto o alla stazione. Sono meravigliosi, sono colorati e soprattutto sono utili. A chi? A me, per esempio, che di fronte a un volo in ritardo di 1 ora li uso per scrivere inutili parole qui e rendono più divertente il mio tempo. Quindi grazie, e tu: quale tipo sei?

 

 

Una tranquilla domenica allo Smaland

Anche nelle famiglie più anticonformiste e radical chic capita, un paio di volte l’anno, il giro all’Ikea.
Complice magari una domenica di pioggia (mai andare all’Ikea in una di quelle domeniche, perché almeno un altro milione di persone avrà avuto la tua stessa brillante idea) ti metti in macchina e, se hai dei figli, c’è un’unica parolina magica che placherà ogni loro capriccio, li trasformerà in improbabili angioletti e tuoi fedeli complici fino all’orario prestabilito: “Se fai la brava, ti porto allo Smaland“.

Che poi, pare facile. Arrivi, parcheggi nell’unico buco libero tra altri 2000 buchi occupati e trovalo tu, quell’unico buco libero, e ti dirigi allegra e baldanzosa con la tua pargoletta per mano come se nulla fosse verso l’entrata. Lì. il contatore dei numeretti ti riporta alla realtà con un sonoro ceffone: segna il numero 74 e tu hai il 135.
Vorresti poter dire “Guarda Amore mio, c’è talmente tanta fila che la mamma dovrà rifare la tinta ai capelli almeno 3 volte per coprire la ricrescita prima che riusciamo a entrare“. Ma sai che non funzionerà. Hai promesso. Lei ha fatto la brava. E una promessa è un promessa.

E quindi ti siedi buona buona sulla panchina e, di fronte a quella che ti sembra solo una provvidenziale macchinettà del caffè ti rendi conto che, in effetti, trattasi di un distributore di calzini antiscivolo. Quelli che tu, come ogni volta, hai dimenticato a casa. Ma niente panico, con soli 2Euro siori e siore la tua bambina ritrova il sorriso smarrito e anzi, riesce a occupare buona parte del tempo che vi separa dall’ingresso nel dramma dell’indecisione: quale colore sarà più appropriato per questo evento mondano senza precedenti? Rosa cipria a righe grigie oppure giallo canarino a righe bordeaux? La lasci fare e…dopo circa 10 minuti…eccola trionfante con un calzino arancione e azzurro che è un pugno in un occhio. Ma siamo all’86.

Beh, dai, non è che manchi poi molto suvvia, sono velocissimi cerchi di ripeterti come un mantra mentre gli anni migliori della tua vita e alcuni centimetri di girovita ti scivolano via tra una cinnamon roll e una spremuta che probabilmente ricorderai per una settimana tra dolori lancinanti per quanto è acida.
Ma intanto lei, bellissima e sorridente, fa colazione con un donuts al cioccolato e un succo all’albicocca. E siamo già al 99. Dai che svoltiamo e poi è un attimo.

Intorno a te orde di mamme/papà in abbigliamento improbabile berciano e urlano in tutte le lingue conosciute ad eccezione dell’esperanto e, tendenzialmente, sfogano la frustrazione di avere fatto questa sonora cazzata litigando tra loro o trattando malissimo i loro eccitatissimi bambini che, nel frattempo, si arrampicano praticamente ovunque pareti incluse avendo improvvisamente conquistato poteri che Spiderman levati. Ma se non li volevi portare allo Smaland, perché glielo hai promesso? Già, perché? 114.

Evvai, solo 20 numeri prima di noi. Cominciamo a organizzarci e decidiamo di optare per un evergreen: la pipì. Il tempo di una negoziazione stile USA/Russia sul mi scappa/nonmiscappa/guardafacciamolacheèmeglio/okmachepalle e siamo già al 122. Fila al bagno, pipì, lavaggio mani con doccia annessa perché “Mamma, tranquilla faccio io” e siamo di nuovo fuori: 133.

Presto che è tardi: compiliamo di corsa il modulo stile FBI (bravi!) necessario per parcheggiare la creatura nel tempo in cui dovrai effettuare i tuoi indispensabili acquisti ed ecco qui. Finalmente libera. Già. Ma che cosa dovevi comprare? Niente. Beh, ormai sei lì e non puoi certo rinunciare così a cuor leggero al tempo in solitudine che ti sei conquistata. Pensa pensa pensa, direbbe Winnie. Ah, ecco! Quei bei tovaglioli bianchi grandi che sono mille volte meglio di quelli del supermercato. E munita di borsa gialla ti dirigi decisa. Dopo aver girato tutta l’esposizione mobili in rigorosa fila indiana odiando chiunque ti segua o ti preceda, dopo essere scesa al mercato e aver percorso ogni metro cucina, bagno, luci, cornici e candele, casa ordine (casa ordine???? vieni a csa mia Signor Ikea!) e fino a piante e accessori da giardino arrivi alla cassa, con i tuoi 4 pacchi di tovaglioli da 1,99€ cad. e senti che sì, ne valeva davvero la pena.