Spiegare il razzismo a tua figlia

Sabato scorso, 9 giugno, rientravamo in tram da una bella giornata trascorsa in laboratori creativi alla Fondazione Feltrinelli, quando la corsa del mezzo si è interrotta e ci hanno comunicato una deviazione per la quale avremmo dovuto cambiare tram in Stazione Centrale.
Emma chiede, a quel punto, di fare una lunga passeggiata fino a casa, dal momento che ama camminare per la città e di buon grado la accontentiamo. Lungo il nostro percorso intercettiamo un corteo, come è accaduto molte volte. Ma la cosa diversa, stavolta, è che Emma sa leggere. E quello che legge su quelle bandiere, la turba. So che non potrò più inventare. So che dovrò rispondere ma, soprattutto, so che dovrò dire la verità.

“Mamma, chi è Sacko? E perché lì c’è scritto morto? Come è morto?”

Ecco. Non voglio fare polemiche sui silenzi inqualificabili delle istituzioni. Non mi interessa, e penso non meritino una sola parola. Loro no. Ma le parole io le ho dovute trovare per provare a spiegare a mia figlia l’orrore del mondo. L’orrore del razzismo. L’orrore della nuova schiavitù.
Io avrei preso qualunque di quei bambocci e lo avrei messo di fronte al viso di Emma, quello che ho dovuto fronteggiare io, mentre vedevo la sua infanzia spezzarsi. Passo dopo passo. Parola dopo parola.

“Mamma, ma perché alcune persone pensano che chi ha la pelle di un colore diverso valga di meno? Non capisco. Siamo tutti umani”.

Eh sì, Emma, siamo tutti umani, di tanti colori diversi per distinguerci ma siamo tutti uguali perché, come dici tu, a qualunque bambino di ogni luogo piacciono le coccole e il gelato. Esatto, hai colto il punto. Abbiamo tutti gli stessi bisogni, gli stessi desideri, gli stessi sogni.

“Mamma, e perché queste persone sono tutte in fila con le bandiere colorate?”

Perché su quelle bandiere c’è scritto PACE amore mio, e perché le persone che la pensano come noi sono tante, tantissime. E allora se nessuno dei nostri governanti dice che questa cosa non va bene, è necessario che lo facciano le persone comuni, come noi. Quelle che hanno tra i loro amici del cuore dei Thiago, delle Tabara, delle Felicita, qualche Pedro.

Lei cammina e cammina, pensosa. Gli occhi si riempiono di lacrime. Emma, cosa c’è amore?

“Mamma, ho paura per i miei amici…e se quelle brutte persone prendono anche loro?”

Nessuno toccherà i tuoi amici, non lo permetteremo mai. Ci siamo noi Emma, ci siamo noi a gridare con tutto il fiato che abbiamo in gola che abbiamo amici di ogni colore, di ogni lingua, di ogni religione e di ogni orientamento sessuale. Purché amino le coccole e il gelato.

Sì, ci siamo e ci saremo. Ma intanto io vi odio, dal più profondo del cuore. Voi, che mi avete costretto a raccontarle un mondo così.

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GG Sound Fest Milano – un’esperienza da ripetere

Ieri, nella sempre meravigliosa cornice del Museo della Scienza e della Tecnologia a Milano, si è svolto il GG Sound Fest, un evento dedicato ai bambini e alle famiglie e organizzato dalla rivista Giovani Genitori.
Invitati (grazie!) dalla rivista siamo arrivati all’ingresso verso le 10:30 del mattino, convinti di fermarci giusto un paio di ore e poi rientrare a casa. Invece no.
Ci accoglie subito un divertente clown del Circo Wow che ci da una ripulita con un piumino morbido morbido dicendoci che si entra “solo ben puliti”. Ritirati gli accrediti all’ingresso prenotiamo qualche laboratorio tra quelli perfettamente spiegati nell’elenco consegnato al desk e, con Emma emozionata ed eccitata, facciamo il nostro ingresso.
Prima esperienza, la Balloon Room. Scary. Troppo divertente. Una stanza buia buia dove si entra genitore/figlio ed è zeppa di palloncini colorati. Obiettivo? Trovare il palloncino nero! E allora via, armate di iPhone da usare come torcia mentre balliamo per mano, lei un po’ divertita un po’ spaventata che dice “Mamma mamma dove sei!” all’inizio, poi si ambienta e lo spirito di competizione prevale, vuole trovare il palloncino nero e balla balla spinge scansa i palloncini, un po’ di qua un po’ di là. E ride. Ride un sacco. E io mi sento la persona più felice del mondo lì, in quella stanza buia piena di palloncini ad ascoltare il suono della sua risata, la musica più melodiosa che io conosca.

Ma tutte le cose belle finiscono e, senza aver trovato il palloncino nero (e quindi senza l’ambitissimo premio olio emolliente detergente) andiamo girovagando per il Museo, già un’avventura di per sè con tutti quei corridoi e quelle bellissime sale. Incontriamo un personaggio strano, dice di chiamarsi Antoine de Saint-Exupéry e sostiene di aver scritto una bellissima favola, chiamata il Piccolo Principe. Mah. Certo è buffo, ed Emma continua a sorridere.

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Lo seguiamo per un po’ e arriviamo al chiostro del museo, bellissimo, un luogo incantevole dove, guarda un po’, ci troviamo faccia a faccia con uno dei giochi che adoriamo: i Lego! In questo caso si tratta di un laboratorio organizzato da Brics4kidz, e in men che non si dica abbiamo costruito un elicottero con l’elica che gira. Entusiasmo alle stelle.

Si sa, l’appetito vien mangiando e allora via, con la mappa in mano (che già solo questo come gioco non è niente male se ci pensi) alla ricerca della prossima esperienza, che promette meraviglie. Si chiama Celestial Sounds e si svolge nel giardino del Museo, sotto un bel gazebo dove troviamo ad attenderci insieme ad altri bimbi, mamme e papà, due simpatici ragazzi con dei buffi strumenti. Pare si chiamino handpan, gli strumenti non i ragazzi, loro si chiamano Almas Calientes e sono veramente bravi. Abbiamo suonato tutti insieme, con le mani, con i piedi. Cantato e poi, ogni bimbo ha avuto l’opportunità di provare a suonare quella specie di disco volante capace di restituire un suono che sembra venire davvero direttamente dalle nuvole. Un’esperienza bellissima, dolce e divertente.

 

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Pausa pappa e poi via di nuovo, alla ricerca di qualcosa di speciale da fare (ma qui a dire il vero è tutto molto speciale quindi c’è solo da farsi trascinare dalla musica, come nella fiaba del Pifferaio magico. Passati accanto a un enorme sottomarino e superato un gigantesco vascello pirata ci ritroviamo dentro una barca di legno, dove un simpatico marinaio afferma di saper suonare le sardine, i delfini e anche i polipi ma che, per farlo, gli serve l’orchestra sottomarina di Microcosmo. Detto, fatto. Uno strumento ciascuno e che il concerto abbia inizio. Divertente, entusiasmante, corale. Tanti bambini che nemmeno si conoscono ma che in due minuti, con uno xilofono e due maracas, messi insieme dal suono del tamburo, ci fracassano le orecchie di un rumore che, però, sembra musica.

Bene, i pesci li abbiamo suonati e siamo sempre più felici. Ora che si fa? Ci vuole un po’ di relax e allora via di violoncello. Ma qui niente è come sembra e la violoncellista che incontriamo è quanto di più distante dalla classica musicista di violoncello per come ci è stata raccontata. Giovane, bellissima, suona una musica che con il violoncello sembra centrare poco e invece, guarda un po’, c’entra eccome. Lei è Bea Zanin e ha un sacco di strumenti divertenti oltre al violoncello: un soundpad, un computer e uno strano pedale che riproduce suoni e voci all’infinito. Molto divertente da scoprire, per qualunque bambino. Ci ha fatto anche ballare, perché lei non suona romanze, il suo è un violoncello elektro-rock. Favolosa.

Insomma, dopo tutto questo e molto altro ancora che non sto a raccontarvi perché ci vorrebbero due giorni, Emma era letteralmente cotta. Sopraffatta dalle esperienze fatte, dai bimbi conosciuti, da questo tempo prezioso e pregiato trascorso con mamma e papà a fare cose speciali, si è addormentata in macchina alle 16:45 per svegliarsi felice e riposata alle 19:30.

Ed, anche per questo, mamma e papà ringraziano.

 

#civuoleungesto

Ho riflettuto a lungo se scrivere o meno queste poche righe per raccontare quello che con Famideal ci apprestiamo a fare Domenica 28 maggio prossimo.

Dopo la notizia dell’attentato di Manchester, dopo la violenza di quelle immagini di bambine che potrebbero essere la mia tra 5-6 anni, mi sono sentita perduta come mamma, come essere umano e come protagonista della vita di questa società disperata e disperante in cui andare per mano al tuo papà al primo concerto della tua vita può costarti la vita stessa. E mi sembrava assurdo anche solo parlarne, di questa cosa organizzata da tempo.

Ma poi ho pensato che, forse, è proprio in momenti come questo, quando ti sembra che non ne valga più la pena, che #civuoleungesto.

È così che si chiama il percorso di crescita e di impegno che noi di Famideal, tutti nessuno escluso, intendiamo intraprendere.
E cominceremo proprio da uno dei luoghi più caldi di questa triste storia di migrazione, di dolore, di rabbia e di incomprensione. Un luogo dove persone meravigliose lavorano duramente ogni giorno per proteggere l’ultimo baluardo di umanità che ci resta: il tentativo di preservare la vita e la dignità del nostro prossimo, di qualunque colore sia la sua pelle, da qualunque luogo provenga, semplicemente perché è un essere umano.

Un luogo, l’isola di Lampedusa, dove vivono tanti e tanti bambini, alcuni stanziali, e alcuni migranti, che passano e non si fermano, diretti a un altrove sconosciuto e possiamo immaginare spaventoso ai loro piccoli occhi innocenti. Ebbene, ai bambini che restano e ai bambini che vanno, Domenica regaleremo un gesto gentile, regaleremo un giocattolo. Tanti giocattoli, in realtà, più di 250, di tutti i tipi e per tutte le età.

Che banalità, direte voi. Vero. Ma noi questo avevamo: giocattoli. Giocattoli e la consapevolezza che universale è la lingua del gioco, che aiuta a costruire quell’atmosfera di fiaba e di spensieratezza che sempre dovrebbe caratterizzare l’infanzia e che proprio nel gioco stesso si alimenta.

Sarà una piccola cerimonia semplice, come semplice e naturale è il gesto del dono per un bambino, quella che si svolgerà domenica prossima 28 maggio alle ore 17.00 nella Sala Area Marina Protetta di Lampedusa alla presenza del Sindaco Giusi Nicolini, dell’Assessore alle Politiche Sociali Stefano Greco e di tutte le istituzioni e associazioni dell’isola – Guardia di Finanza, Scuole, Caritas.

Non è un gesto alla Robin Hood, qui non si tratta di farsi belli, di togliere ai ricchi per donare ai poveri. Questa iniziativa è nata dalla consapevolezza che le imprese possono e devono avere un ruolo nella definizione dei messaggi mainstream che passano in questo nostro Paese. Nasce dalla convinzione profonda che non c’è fatturato che tenga se non ci fermiamo a guardare chi è rimasto indietro. Non può esserci futuro e non può esserci prosperità nemmeno per le aziende, nemmeno per noi, se non impariamo a fare la nostra parte per cambiare le cose, per comunicare messaggi forti e inequivocabili. Uno di questi messaggi, per noi, è che i bambini sono bambini.

Quale che sia la loro storia, il loro Paese di provenienza, il colore della loro pelle. Ma soprattutto che quei bambini saranno gli adulti di domani.

E allora forse, oggi più che mai, un piccolo gesto gentile può seminare nel cuore di un bambino un sentimento di speranza. Può lasciare una traccia e magari, quando quel bambino non saprà dove finirà con i suoi genitori, se è ancora così fortunato da averli con sé, quando ormai adulto si ritroverà a fronteggiare l’ostilità circostante, quando penserà che tutto è perduto, potrà forse ricordare che un giorno lontano, qualcuno, lo ha trattato come un essere umano. Un essere umano che va rispettato, al quale, come chiunque entri in casa mia, io tendo la mano e faccio un sorriso.

Forse, come spesso qualcuno mi dice, sono un’idealista, forse mi sto sbagliando, forse ci stiamo sbagliando tutti: chi in Famideal ha avuto l’idea, chi l’ha accolta con entusiasmo, chi ha lavorato per realizzarla e chi, commosso, ha impacchettato e messo il fiocco rosso ai regali. Sì, ci siamo anche commossi, e senza imbarazzo o pudore. Perché ci crediamo, crediamo possa esistere anche da parte di chi fa impresa (e, badate bene, noi vendiamo prodotti per famiglie non siamo una Onlus e il nostro principale obiettivo è il profitto e la salute della nostra azienda) una componente forte di impegno e di senso di appartenenza. Crediamo ci possa e ci debba essere un ruolo.

Vorrei ringraziare fin da ora l’Amministrazione di Lampedusa, così umana e così collaborativa, per averci aiutato a realizzare il nostro piccolo grande sogno. Perché Domenica, il vero regalo, lo riceveremo noi.

Chiunque abbia il desiderio di partecipare alla diffusione di questa iniziativa e di condividere con noi i suoi pensieri in proposito può farlo seguendo i nostri profili social e usando l’hashtag #civuoleungesto

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Il suono della violenza

Ieri notte Emma si è svegliata, io la sono andata a prendere per portarla nel lettone e non riuscivo a prendere sonno. Così ho acceso il telefono e ho iniziato a scorrere le notizie. Le immagini dell’attentato a Manchester già disponibili, l’incredulità di ogni nuova volta, mista a dolore, rabbia, senso di impotenza.

Leggere di 19 morti prima – 22 ora mentre scrivo – tra cui anche bambini lascia senza fiato e senza parole, sgomenti. Ma se possibile, dinanzi alla pari disperazione che ogni morte e che ogni gesto come questo provoca, c’è un aspetto della vicenda che mi uccide l’anima. Quelle bambine, come quella in questa foto presa dal sito de La Stampa e che oramai ha fatto il giro del web, erano andate a vedere il loro primo concerto, probabilmente, o uno dei primi della loro vita.

E non è stata interrotta bruscamente dall’esplosione, quella loro speciale esperienza. No, si è completata, stavano uscendo piene di emozione, di gioia, di quella sensazione di essere diventate grandi che danno solo certi momenti. Grandi, sì, ma nella stragrande maggioranza dei casi accanto alla loro mamma o al loro papà. Ed è proprio in quel momento, quello in cui stai gustando tutto il bello appena vissuto, che hanno scelto di colpire. Minando non solo la vita di molti innocenti, ma distruggendo per sempre quella libertà interiore che anche tutti gli altri stavano vivendo in quei momenti.

E forse lo scopo è proprio quello. Quello di rendere la nostra vita piena di paura nei momenti che dovrebbero essere i più belli. Quelli dell’aggregazione, della condivisione di passioni, del senso di appartenenza a una comunità legata da un comune sentire, fosse anche solo la musica di un cantante. Lo scopo è quello di farci pensare di non avere più il diritto di far crescere i nostri figli nella libertà, di non poter più vivere certe esperienze a cuor leggero. Di non poter più essere, di fatto, noi stessi. E questo mi disgusta, se possibile, più di ogni cosa.

 

 

Ferragni-Fedez e il tabloid permanente

In questi giorni non ho potuto fare a meno di leggere le news su Ferragni-Fedez, chiunque sia su Instagram e li segua, per motivi di gossip o professionali, oramai conosce vita morte e miracoli di questa coppia nata per caso (o no?) e cresciuta a suon di like e di una vita costantemente sotto i riflettori.

Non mi interessa sapere se la loro sia una storia autentica sul piano dei sentimenti, spero per loro di sì e mi piace pensare che sia così. Quello che trovo più interessante è cercare di decodificare sul piano della comunicazione cosa sta cambiando nel modo di raccontare i nuovi amori tra star o presunte tali. Insomma, non nascondiamoci dietro un dito, i giornali di gossip ci sono sempre stati e da sempre sono anche in ottima salute. Ergo, l’interesse delle persone non manca. Ma cosa cambia sul piano dello storytelling? A mio avviso una serie di cose:

  1. Dalle puntate al continuum: un tempo erano i settimanali a scandire le storie d’amore. Ogni settimana una copertina, una porzione di storia da raccontare, una crisi, i figli, il matrimonio, le vacanze, il fidanzamento e così via. In F&F il racconto è quotidiano, direi orario, anzi per meglio dire istantaneo, esattamente come una fotografia.
  2. Dai paparazzi al fotografo personale: un tempo c’erano i paparazzi, quelli che rubavano lo scatto perfetto, o imperfetto ma pieno di informazioni. Lui che la bacia, magari un po’ sgranato, lei in occhiali da sole o senza trucco sul terrazzo. Lui in mutande. Scatti di una vita privata che, appunto, era privata e custodita come tale.
  3. Dal privato al pubblico: abbiamo toccato l’apice con la proposta di matrimonio in diretta all’Arena di Verona, un momento dove uno dei passaggi più intimi della vita di due individui è stato reso un evento mediatico, niente di più pubblico. Dove non c’era spazio per una emozione priva di controllo, realmente autentica, perché comunque vissuta sotto i riflettori.
  4. Dalla terza plurale alla prima persona (singolare/plurale): chi decide cosa dire sulla coppia più likeable del momento? Loro. Al 99%. Loro, ognuno di loro due e loro due insieme. Non serve più il ricamo del giornalista che unisce i puntini della narrazione, non serve più l’intuizione sull’evoluzione della storia, non serve più nulla. Sono loro a dirci quello che vogliamo sentirci dire o che loro vogliono raccontarci.

È il riappropriarsi, in modo del tutto pubblico, del proprio privato. Condivisibile? Ci piace? Non importa. È così, è un fatto, così come il fatto che le testate tradizionali coinvolte non possono far altro, loro malgrado, che seguire e commentare l’evolversi di un racconto che non scrivono loro. Direi un bel cambiamento.

Bambini e social media

In questi giorni grazie a comuni amici che mi hanno parlato di un evento splendido, cui parteciperò sicuramente, Parole Ostili a Trieste il 17-18 febbraio prossimi, mi sono soffermata a riflettere ancora più attentamente di quanto già non faccia di solito sull’uso del linguaggio che facciamo sul web.
E linguaggio, oggi più che mai, non sono solamente le parole. Le immagini, i video, sono linguaggio, sono la scelta di raccontare una parte della propria vita in un modo fortemente coinvolgente, a volte emozionante addirittura. E così il pensiero è andato subito alle immagini dei nostri figli sui social network.
Come oramai i miei amici sanno, tendo a non pubblicare immagini di Emma su Facebook o altrove. Le pochissime volte in cui accade non la si vede mai in volto ma la sua presenza serve più a valorizzare un momento che a narrare della sua persona. Ed è una scelta non sempre facile. Mi piacerebbe poter mostrare al mondo il mio capolavoro, quella che ritengo la mia gioia più preziosa. Mi piacerebbe condividere la sua bellezza sconfinata, sarebbe gratificante vedere tutti quei like e quei cuoricini che, lo so per certo, riempirebbero la mia bacheca.
E allora perché no? Non tanto e non solo per le ovvie implicazioni legate alla fin troppo diffusa pratica della pedopornografia online, o perché la sola idea che l’immagine innocente della mia bambina possa alimentare discussioni orribili in gruppi chiusi di Facebook dove si consumano le peggiori scorribande dei leoni da tastiera (solo luridi topi nel mondo reale).
Scelgo di non farlo perché non sono proprietaria della sua identità, non sono io a dover decidere quale sia lo storytelling della sua immagine pubblica. Non sono io a dover stabilire in che modo descriverla. Lo farei comunque secondo il mio punto di vista, non per quello che lei pensa di essere, non nel modo in cui lo farebbe lei stessa. Magari in un modo che lei, da grande, potrebbe detestare.
E allora preferisco rinunciare, aspettando il giorno, mi auguro più in là possibile, in cui dovesse essere lei a scegliere di avere una presenza digitale. Quel giorno, magari, proverò a spiegarle che quello che si mette in rete resta. Per sempre. E che quindi va maneggiato con cura. Proprio come un figlio.

Consumautori

Il libro di Francesco Morace, presentato in occasione del CSR Festival alla Bocconi. Un approccio interessante a temi che, ultimamente, mi appassionano.

Nella sociologia del consumo si sta assistendo a un passaggio di paradigma, che di fatto è già avvenuto e per il quale i cittadini non si sentono più consumatori ma persone. Persone che comprano ma persone che vendono, anche. I modelli di sharing, i modelli anti-spreco fatti di “compro per rivendere poco dopo” hanno dato una spinta enorme ad un modo nuovo di fare impresa e di concepire anche la società nel suo insieme.

Oggi è in atto una rivoluzione silenziosa e potente che ha fatto seguito ad una precedente rivoluzione ideale, probabilmente mal teorizzata. A partire dagli anni Settanta, infatti, con il Club di Roma, si cominciò a definire il concetto di limiti dello sviluppo. E da lì il passo verso i temi di “decrescita felice” è stato breve. Teoria perfettamente fondata dal punto di vista dell’analisi, ma che quasi sempre viene a cadere nel momento in cui si propone una terapia. Non puoi chiedere a un ragazzo di decrescere, o a una pianta.
Oggi, probabilmente, è venuto il tempo di definire nuove ipotesi di crescita felice, che sia sostenibile ma che vada a soddisfare la legittima esigenza di sentirsi gratificati nel momento del consumo.
In questa logica, cadono gli steccati tra ciò che è profit e ciò che non lo è, tra ciò che è “per giovani” e ciò che non lo è, in una strada virtuosa che può mettere insieme i due modelli. I target, oramai, non sono più concepibili come target militari, nell’accezione di marketing mutuata dalla cultura americana.
Oggi questo modo di vendere e di comunicare si rivela superato, non è più realmente possibile individuare un target e raggiungerlo in modo mirato. O meglio, è tecnicamente possibile ora più che mai ma, probabilmente, strategicamente inappropriato.
Si tratta quasi di immaginare una sostituzione anche in termini lessicali: Societing al posto di marketing?
Oramai, specie in Italia, dove la società è fortemente familiare e intergenerazionale, è necessario attivare delle strategie che mettano in relazione la generazione degli adolescenti con quella dei loro genitori e dei loro nonni (che peraltro imparano ad usare Skype o Whatsapp per tenersi in contatto con i nipoti lontani). I maggiori esempi di successo nell’ambito della comunicazione, negli ultimi tempi, sono tutti intergenerazionali, da Ikea ad Apple. Strategie pensate per cluster ma con l’idea fondamentale che tutto circola, che ci sia un mescolamento di valori e comportamenti molto interessante dal punto di vista sociologico.