Datemi un ombrello…

…che cosa ne vuoi fare? Lo voglio dare in testa a chi non mi va…

Questo mi è venuto in mente quando mi sono imbattuta, come penso molti di noi, in questa immagine raccapricciante. Cosa c’è di così raccapricciante? La sua normalità, la consuetudine di un’attribuzione di ruoli codificata e consolidata nel nostro paese che consente a 7 uomini (chiamiamoli così) di dissertare seduti in relax a gambe incrociate mentre altrettante donne stanno in piedi dietro di loro per proteggerli dalla calura e dai dannosi raggi solari con un ombrello aperto.

E quell’ombrello, cari miei, è il simbolo non solo del maschilismo viscido e imperante che strisciando regna incontrastato, ma è anche il simbolo della nostra debolezza di donne. È il simbolo di quella protezione che regaliamo ogni giorno ai nostri uomini a casa, al lavoro, ovunque siamo disposte a fare un passo indietro perché loro siano agevolati a farne uno avanti. Ma accidenti, ma non vi siete accorte di quanto costi fatica fare un passo? E di quanto costi di più farlo se devi procedere con un bambino in braccio, uno per mano e magari la borsa della spesa appesa al gomito?

E ci preoccupiamo di aprire l’ombrello sulla testa dei nostri uomini per dar loro la possibilità di fare quel che devono fare. Ecco, per una volta, discutiamo di che cosa devono fare. O dovrebbero.
Dovrebbero lavorare, come noi.
Dovrebbero accudire i bambini, come noi.
Dovrebbero preparare la cena, come noi.
Dovrebbero pulire la casa, come noi.
Dovrebbero svegliarsi nel cuore della notte perché il bimbo ha sete, come noi.
Potrei continuare ma ci siamo capiti.

Ma per favore, smettiamo di piangerci addosso, noi femminucce. Per favore facciamo due passi indietro quando ci chiedono di farne uno. Diciamo no. Fermiamoci, pretendiamo di dividere compiti, ruoli e responsabilità. Oneri e onori. E allora saremo certi che in breve tempo quella immagine sarà molto molto diversa. Avremo donne e uomini seduti a parlare, e donne e uomini in piedi a reggere quegli ombrelli.

O magari si monta una tenda, che siamo nel 2017, perdio!

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